ARE MILLENNIALS F*CKED?

Generazione millennial

Il progetto Are Millennials fucked? nasce con l’intenzione di documentare una serie di fenomeni legati ai processi culturali di una società che si evolve così velocemente che risulta spesso difficile da classificare. Senza retorica o stereotipi ma solo attraverso l’analisi di alcuni dei dati disponibili in Italia e più in generale a livello europeo, il progetto mira a costruire una visione d’insieme della Generazione Millennial.

In una realtà in cui le strutture economiche e sociali sembrano ormai superate, le generazioni faticano a distinguersi le une con le altre. Le nuove tecnologie digitali e i fenomeni a loro connessi contribuiscono inoltre a creare una matassa di termini e strutture difficile da dipanare. Il primo mito legato alla generazione perduta è proprio l’idea stessa che questi giovani siano in balia dei semplici eventi, senza una guida e sprovvisti di quella consapevolezza necessaria per affrontare il futuro. La dott.ssa Elena Marta, professore ordinario di Psicologia Sociale presso l'Università Cattolica di Milano, ha commentato per noi i dati relativi al Rapporto Giovani 2018 sviluppato dall'Istituto Toniolo con il sostegno di Fondazione Cariplo e Intesa SanPaolo. Il campione preso in esame riguarda 9mila giovani italiani di età compresa tra i 15 e i 35 anni. Esplorando dati e statistiche legate ai vari aspetti della Generazione Millennial, il quadro sembra essere in generale meno pessimistico dei cliché largamente diffusi nel nostro Paese. Per fare un esempio, alla domanda - Quali sono le tue aspirazioni professionali? - Ecco come hanno risposto

  • ASPIRAZIONI INCERTE

    Il 40,7% ha un'aspirazione professionale ma non sa se riuscirà effettivamente a relizzarla

  • FUTURO CERTO

    Il 22,5 dice di sapere con certezza che genere di professione sceglierà in futuro

  • ALTERNATIVE POSSIBILI

    Il 10% dichiara di avere la possibilità di scegliere tra varie alternative possibili

  • NESSUNA IDEA

    Il 26,8% non ha idea di cosa fare della sua vita oppure non ci pensa affatto

Venuti meno i grandi miti collettivi del passato, dalla religione alle ideologie, questa generazione sembra bloccata in una sorta di eterno presente. Da un lato, la svolta tecnologica con la nascita dei social network ha moltiplicato le possibilità di comunicare, di esprimersi e di essere visti. La profezia di Andy Warhol per la quale nel futuro ogni persona avrebbe beneficiato di dieci minuti di celebrità, è stata superata dalla realtà. Ora a tutti è concessa una fama permanente. Chiunque può scrivere qualcosa su Facebook o Twitter ed essere letto potenzialmente da milioni di persone. E il mondo è completamente interconnesso: si può, in teoria, parlare con tutti in ogni momento. Tuttavia, se questo ha fatto esplodere le capacità comunicative, al tempo stesso ha spinto centinaia di giovani al rifiuto della realtà e alla costruzione di una vita virtuale, edificata a tavolino nella propria camera attraverso un cellulare o un computer. .Poi, la crisi economica del 2007-2008. Una tempesta durata quasi dieci anni che ha lasciato cicatrici profonde sulla psiche collettiva. Il lavoro si è fatto precario, le possibilità di emanciparsi economicamente dai propri genitori è divenuto sempre più un miraggio. Chi, invece, studiava e non era ancora impegnato nella ricerca di un’occupazione ha visto nubi plumbee oscurare il proprio avvenire. Nell’inconscio collettivo dei più giovani si sono radicate convinzioni spesso pessimistiche sull’esistenza ed effettivamente potremmo definire questa l’epoca delle passioni tristi. Tuttavia i dati rilevano una sana fiducia nel futuro 69% da parte della fascia più giovane della Generazione Millennial 15-24 anni. | Sotto i dati relativi al Sondaggio Demos – COOP, ottobre 2017 con base di 1309 casi

Sicuramente, analizzando il quadro generale, la percezione di difficoltà sembra essere piuttosto diffusa. Soprattutto risulta quantomeno singolare la percentuale di fiducia che questa generazione ripone sia nell’Europa 47% per i 15-24enni e solo il 35% per la fascia 25-36 anni, sia nella grande macchina di Internet che questa volta sale nella fascia più alta dei millennials toccando il 59% mentre si attesta al 56% tra i 15-24. Sicuramente questa è una fase di evoluzione della società molto veloce e davvero complessa da analizzare, così come difficili da accettare sono le aspettative che questa generazione ripone nel futuro. Se si leggono i dati internazionali, alla domanda – Ti aspetti di dover lavorare sino alla tua morte? – tanti giovani millennials sono consapevoli di doversi applicare molto di più rispetto alle generazioni precedenti. Facendo un confronto con gli Paesi, gli italiani in questo caso non sembrano essere così pessimisti registrando solo il 12% di risposte affermative. Una tendenza che conferma più che altro un’impostazione culturale dello stile di vita dei vari continenti, in Giappone ad esempio le risposte affermative salgono al 37% con un netto distacco dal secondo posto che spetta alla Cina 18% | Sotto i dati relativi al report Millennials Careers: 2020 Vision giugno 2016 con base di 19.000 casi e 25 paesi

E proprio a proposito di rapporto di fiducia con le nuove tecnologie e respingendo un po’ il campo sulla fascia più adulta dei millennials 18-35anni , la ricerca Millennial: Dai! 2017 commissionata da Yahoo alla società Nielsen svela la vera passione di questa generazione: il telefonino intelligente. Detto così può suonare strano ma lo smartphone è considerato il bene più prezioso e il paradosso è che nessuno si riferisce al suo valore economico. Insomma una volta ai primi posti della classifica degli adolescenti italiani c’erano il calcio, la mamma, la scuola, la fidanzata, Dio. Adesso invece 12 milioni di giovani hanno una vera e propria affezione per gli oggetti tecnologici. Più che di un rapporto si potrebbe parlare di un’assuefazione morbosa. Nel campione preso ad esame, su 1510 giovani, il 76% è abitualmente connesso alle rete. Questo significa che 8,4 milioni di individui tra i 18 e i 35 anni ogni giorno trascorrono in media 2 ore e 41 minuti fissando lo schermo del proprio cellulare. Inoltre per il 69% di questo tempo sono esclusivamente connessi a internet, ormai infatti l’utilizzo di applicazioni che non richiedono connessione come chiamate o invio di sms si è ridotto toccando quota 14% del tempo trascorso su uno smartphone. E infatti come già detto in precedenza, la fiducia riposta nella rete e nei suoi contenuti ha toccato livelli altissimi e non sembra diminuire.

Lo scenario digitale a livello di popolazione totale non è poi così diverso. L’utilizzo della rete in Italia è al 63% pari circa a 38 milioni di persone connesse. La penetrazione dei social, invece, è del 47%, con 20 milioni di utenti attivi. Il dato maggiormente in crescita riguarda però l’utilizzo dei canali social dai dispositivi mobile: da 22 milioni di account che accedevano ai social da smartphone nel 2015, si è passati a 24 milioni. È interessante notare che il 79% delle persone che utilizzano internet accedono ogni giorno, mentre solo l’1% degli utenti accede a internet solo poche volte al mese. In questo quadro giocano un ruolo cruciale i social network, sono 28 milioni gli utenti attivi sui Social Media in Italia, cioè il 47% della popolazione totale. È davvero forte il dato degli accessi da mobile: ben 24 milioni di persone. Prima tra tutti la piattaforma Facebook che conta 28 milioni di utenti italiani attivi. Vediamo che quasi la metà degli utenti (49%) appartiene alla fascia d’età 20-39 anni, con il 26% della sotto-fascia d’età 20-29 anni. | sotto la ricerca Digital 2016

 

I TREND ITALIANI A CONFRONTO

Sono la generazione dalle mille possibilità ma spesso vivono in una bolla di disinteresse, indifferenza e avversione al lavoro. Sono giovani che a volte si sentono stanchi, in balia di stage sottopagati, tirocini infiniti e finte partite iva. Eppure entro il 2020 questi giovani presunti sfaticati rappresenteranno oltre un terzo dei lavoratori dell’intero pianeta e probabilmente buona parte della classe dirigente, anche se il distacco con le generazioni precedenti in tema di benessere, occupazione e prospettive future  è netto.

Analizzare i fenomeni sociali e affrontare le problematiche legate al futuro restano principi fondamentali per comprendere questa generazione del presente. Nuove strutture economiche, paradigmi culturali e tendenze stanno plasmando i comportamenti di una società che sembra vivere al buio.  Per tentare di dare una risposta  alla domanda originaria di questo percorso e capire se davvero questa generazione è davvero dans la merde, l’unica via d’uscita sembra essere la lettura delle statistiche, dei questionari, degli studi, insomma dei dati a disposizione. In questa sezione abbiamo analizzato alcuni dei fenomeni legati alla società società attuale, esplorando le tendenze vecchie e nuove che accompagnano la Generazione Millennial.

 

Non dire NEET. Chi sono i fancazzisti dell’era moderna?

La situazione registrata dall’Istat rappresenta sicuramente un buon punto di partenza e sottolinea una situazione italiana piuttosto preoccupante. Perchè, stando ai dati, sulla penisola ci sono 2,2 milioni di individui che rifiutano qualsiasi forma di inserimento sociale, scolastico e lavorativo. Si tratta della cosiddetta categoria dei NEET – Not in Education, Employed or Training – ovvero tutti coloro che Michele Serra, nel libro dedicato al figlio, ha definito gli Sdraiati che non lavorano, non cercano o non se la sentono e basta. Il 24,1% contro la media Ue del 13,4%. Al Nord i Neet sono il 16,7%, nelle regioni centrali il 19,7%, al Sud arrivano addirittura al 34,4%. I Neet sono di più – 25,5% – fra chi ha solo il titolo secondario superiore rispetto a chi ha un titolo inferiore – 23,4% – e a chi ha un titolo terziario 21,4%. Nel 2008 erano più numerosi tra i giovani con basso titolo di studio, ma negli anni della crisi il fenomeno ha toccato soprattutto quelli con un titolo di studio medio-alto.

Coerentemente con la geografia della disoccupazione italiana, la percentuale più alta si osserva al Sud e nelle Isole (29.2%). La maggior parte dei Neet intervistati è celibe/nubile, ma esiste anche una quota rilevante di coniugati (quasi uno/a su cinque). La distribuzione rispetto al sesso evidenzia una generale prevalenza femminile. Spesso tra i Neet vi è un’alta percentuale di donne che escono dal mondo del lavoro e dallo studio per accudire i propri figli.
I risultati mostrano come la fiducia nelle istituzioni sia molto bassa in tutti i giovani. In particolare, si conferma la bocciatura delle istituzioni politiche. Nonostante le promesse dei politici, la condizione dei giovani non è mai stata problematica come oggi e questo evidentemente pesa sul loro giudizio e sulla loro fiducia. Gran parte della responsabilità riguardo lo sviluppo di questo fenomeno, è anche attribuibile all’inefficienza di un sistema che si rivela inadeguato nella transizione scuola-lavoro. Un sistema scolastico lento e non più sl passo con i tempi, che non è in grado di preparare i giovani alle sfide e sopratutto alle dinamiche del mondo del lavoro. Esclusivamente teorico e davvero troppo poco pratico.

 

Il consumo di sostanze stupefacenti e farmaci. Vecchie e nuove tendenze

Un fenomeno socialmente più conosciuto e grave, è nostro malgrado l’abuso di sostanze stupefacenti anche tra i giovanissimi. In generale, facendo riferimento ad un abuso generico, l’Italia è ai primi posti della classifica europea, con il 19% degli adulti fra i 15 e i 64 anni che consumano droga. Secondo gli ultimi dati pubblicati dal bollettino annuale EMCDDA – Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze – la cannabis troneggia, sia in Italia sia in Europa, consumata da 23,5 milioni di persone, di cui 17,1 milioni di giovani under 34, ovvero il 13,9%

L’87% degli europei ha dichiarato di aver consumato cannabis almeno una volta nella vita. Sono tuttavia i giovani a consumarla di più: il 21% dei 15-24 enni, il 16% dei 25-34 enni, il 7% dei 35-44 enni, il 3,6% dei 45-54 enni e solo l’1% degli over 55. Numeri e cifre che ancora una volta restituiscono il senso e la misura di un mercato, quello degli stupefacenti, che non conosce crisi e che anzi continua a svilupparsi senza sosta. Consumatori più o meno abituali che si inseriscono in ogni fascia d’età della popolazione, a testimonianza di una diffusione orizzontale di queste sostanze, pronte a intercettare qualunque tipo di cliente.

 

La Cocaina è stata assunta da 3,5 milioni di individui (l’1% del totale) di cui 2,3 milioni di giovani con meno di 34 anni (l’1,9%), l’Ecstasy (MDMA) da 2,7 milioni (lo 0,8% della popolazione), per la maggior parte giovani (2,3 milioni, cioè l’1,8% del totale); infine, le amfetamine sono state assunte negli ultimi 12 mesi da 1,8 milioni di persone (lo 0,5% della popolazione) di cui 1,3 milioni di under 34 (l’1,1% della popolazione). Se cannabis e cocaina sono le sostanze più ricercate e utilizzate dagli italiani, i millennials cercano anche altre tipologie di stupefacenti come eroina, lsd, ecstasy, metanfetamine e nuovi composti chimici, micidiali sintesi di sostanze con effetti ancora più potenti e pericolosi.  Perché se è vero che il rapporto dell’Osservatorio europeo restituisce un quadro abbastanza delineato e definito è altrettanto vero che i dati prendono in considerazione solo quelle sostanze riconosciute come stupefacenti o che comunque sono state registrare come illegali. Il mercato, però, è anche fatto di canali sotterranei e sostanze ancora sconosciute agli organi di registrazione ufficiali che prosperano nell’ombra intercettando una clientela sempre più assuefatta all’ossessiva ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso. La dipendenza dalla novità, più che da una precisa sostanza.

Un problema in lieve aumento è il consumo di ecstasy. Tra i ragazzi con meno di 24 anni, l’1,2% dichiara di aver provato una pastiglia almeno una volta nell’ultimo anno. L’1,3% ha assunto anfetamine e il 2,3% MDMA. Il 2016 risulta essere l’anno più innovativoin tema di nuove droghe psicoattive, almeno una nuova ogni settimana. Altro dato significativo è l’abuso di alcol 37,5% e di tabacco 23%, tra gli adolescenti europei di 15-16 anni, contro il 7,5% di loro che ha fatto uso di cannabis. Se si confrontano le statistiche però, una notizia positiva per l’Italia c’è: di overdose si muore sempre meno. Il terribile periodo degli anni 1995 in Italia, nel quale vennero registrati 1200 morti in un solo anno, sembra sempre più lontano. Vent’anni dopo contiamo appena 200 decessi e per questo motivo siamo tornati ad essere il Belpaese che ha maggiormente abbattuto il numero di vittime per overdose.

Il dott. Riccardo Gatti, medico psichiatra, direttore del DIPEAD – Dipartimento Interaziendale Prestazioni Erogate nell’Area Dipendenze della Asl – oltre a commentare i risultati della Relazione Europea sulla droga 2018, illustra la realtà italiana sulla base della sua personale esperienza aiutandoci a comprendere un fenomeno radicato sul territorio e soprattutto in continua evoluzione.

Hikikomori, questi sconosciuti

UN FENOMENO CULTURALE CHE LENTAMENTE SI STA SVILUPPANDO ANCHE IN ITALIA. UNA REALTÀ DIFFICILE DA VERIFICARE FRUTTO DEI CAMBIAMENTI SOCIALI CHE CIRCONDANO QUESTA GENERAZIONE

Secondo i risultati dell’ultima indagine sulle Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari nell’Unione europea del 2015,
curato dall’Istat in collaborazione con Eurostat, in generale la percentuale di patologie depressive in Italia supera appena l’1% su 100 casi, sopra a Romania, Croazia, Lituania, Slovacchia e Repubblica Ceca. Ma in una realtà caotica e veloce come quella attuale, spesso trovano terreno fertile tendenze più o meno nevrotiche fortemente correlate alla depressione ma non del tutto classificabili e paragonabili ad essa. Il costante aumento della competizione sociale e la crescente importanza attribuita alla propria immagine pubblica, stanno inesorabilmente esponendo le nuove generazioni alle pressioni di realizzazione sociale e ad una sorta di depressione esistenziale difficile da individuare e catalogare.

La parola Hikikomori sisgnifica letteralmente stare in disparte ed è stata teorizzata per la prima volta dallo psicologo giapponese Tamaki Saito che nel 1980 per primo si accorse di questo fenomeno iniziando a documentarlo. Nonostante condizioni di vita favorevoli dal punto di vista economico e sociale, molte persone sceglievano volontariamente di isolarsi dal mondo esterno e di rifugiarsi all’interno delle proprie abitazioni. A distanza decenni, in un paese per alcuni versi culturalmente estremo come il Giappone, il fenomeno conta oltre 500 mila casi accertati con stime che arrivano sino al milione. Un fenomeno che ha catturato l’attenzione di Governo e opinione pubblica.

Perché si diventa hikikomori

Le cause sono varie, ma alla base c’è una fragilità caratteriale dei ragazzi che provano dolore e disagio nel vivere alcune situazioni sociali. L’hikikomori sarebbe infatti il risultato di una serie di concause caratteriali, sociali e familiari.

Caratteriali | Gli hikikomori sono ragazzi molto intelligenti, ma anche particolarmente introversi e sensibili. Questo temperamento contribuisce alla loro difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature, così come nell’affrontare con efficacia le inevitabili difficoltà e delusioni che la vita ti riserva

Familiari | L’assenza emotiva del padre e l’eccessivo attaccamento con la madre sono indicate come possibili cause, soprattutto nell’esperienza giapponese.

Scolastiche | Il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo. Molte volte dietro l’isolamento si nasconde una storia di bullismo

Sociali |Gli hikikomori hanno spesso una visione molto negativa della società e soffrono particolarmente le pressioni di realizzazione sociale che da essa derivano, a tal punto da arrivare a ripudiarle.

Tutto questo porta a una crescente difficoltà e demotivazione del ragazzo nel confrontarsi con la vita sociale, fino a un vero e proprio rifiuto della stessa. Il disagio cresce col crescere dell’età: mentre gli hikikomori restano chiusi in camera, i compagni si diplomano, si laureano, trovano lavoro. E il confronto con gli amici per questi ragazzi diventa sempre più insopportabile.

Per quanto il fenomeno possa sembrarci lontano, anche l’Europa e nello specifico l’Italia si trova a dover affrontare questo disagio in lento sviluppo. La competizione sociale viene alimentata anche dalle nuove tecnologie e, in particolare, da internet. Non è un caso, infatti, che il perfezionismo sia in forte crescita soprattutto tra i nativi digitali. I social network, per esempio, stimolano enormemente il confronto sociale, il quale non è più limitato a determinate occasioni pubbliche, come in passato, ma diventa una sfida costante dalla quale diventa difficile sottrarsi. In Italia al momento non esistono numeri ufficiali le associazioni raccontano di 100mila casi. Al momento l’unica soluzione per provare ad arginare questo disagio sociale sembra essere allentare un po’ la presa sulla pressione e aspettative legate alla Generazione Millennial, cercando di canalizzare tutte le energie in attività produttive e proattive. | Sotto i dati del Ministry of Health and Labor, Japan, 2017

Marco Crepaldi | Laureato in Psicologia Sociale, nel 2013 fonda HikikomoriItalia.it la prima community che affronta il fenomeno dell'isolamento sociale volontario nel nostro Paese.