Riccardo Gatti

Sostanze stupefacenti


 


Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio europeo sulle droghe e le tossicodipendenze, l’Italia è terza in Europa per consumo di cannabis e quarta per l’uso di cocaina. Numeri e cifre che ancora una volta restituiscono il senso e la misura di un mercato, quello degli stupefacenti, che non conosce crisi e che anzi continua a svilupparsi senza sosta. Consumatori più o meno abituali che si inseriscono in ogni fascia d’età della popolazione, a testimonianza di una diffusione orizzontale di queste sostanze, pronte a intercettare qualunque tipo di cliente. Cannabis e cocaina sono le sostanze più ricercate e utilizzate dagli italiani, anche millennials, accompagnate da altri stupefacenti come eroina, lsd, ecstasy, metanfetamine e nuovi composti chimici, micidiali sintesi di sostanze con effetti ancora più potenti e pericolosi per chi ne diventa consumatore e dipendente.

Il trend italiano negli ultimi anni legato alla cocaina e alla cannabis mostra un mercato che non ha mai vissuto un reale momento di difficoltà. Ci sono stati periodi di leggera flessione, ma i numeri in generale sono sempre rimasti positivi, tendenti a una stabilizzazione o addirittura a una leggera crescita. Merito di un’improvvisa presa di coscienza da parte delle persone sui rischi che si corrono ad assumere certe sostanze? Non proprio. Perché se è vero che il rapporto dell’Osservatorio europeo restituisce un quadro abbastanza delineato e definito è altrettanto vero che i dati prendono in considerazione solo quelle sostanze riconosciute come stupefacenti o che comunque sono state registrare come illegali. Il mercato, però, è anche fatto di canali sotterranei e sostanze ancora sconosciute agli organi di registrazione ufficiali che prosperano nell’ombra intercettando una clientela sempre più assuefatta all’ossessiva ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso. La dipendenza dalla novità, più che da una precisa sostanza.

Un fenomeno questo probabilmente sottovalutato e che sembra più vicino a logiche di marketing che non a un mondo, quello degli stupefacenti, ormai stereotipato nella visione culturale media. Eppure, le tendenze che vengono osservate da centri e strutture che si occupano di riabilitazione di persone in difficoltà sembrano andare in questa direzione. Certo rimane uno zoccolo duro di soggetti che diventano dipendenti, dal punto di vista fisico o psicologico, di una sostanza e da quella non si staccano, andando con il tempo ad aumentare il dosaggio per ricevere gli stessi effetti delle prime esperienze. Intorno a loro, però, e alle loro spalle, piano piano si fa largo un altro tipo di consumatore. Meno fedele a un singolo prodotto e più attratto dall’idea che ci possa essere ogni giorno qualcosa di nuovo da provare, a prescindere dal nome o dagli effetti che questo possa provocare sul suo corpo o sulla sua mente

Una novità inedita per chi si occupa di queste tematiche sia in campo di prevenzione sia di riabilitazione e recupero. E come tutte le novità che sconvolgono un sistema che sembra essere granitico e intoccabile nella sua composizione, risulta difficile da accettare e da incanalare all’interno del proprio modo di analizzare e agire. La necessità, però, sembra essere quella di dover prendere coscienza di questo cambiamento il prima possibile, per evitare di rimanere indietro, in una folle rincorsa dietro a un fenomeno che si è scelto di ignorare quando ancora si aveva la possibilità di provare a capirlo all’interno di una cerchia non troppo estesa di soggetti. Da questo punto di vista Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento Interaziendale Prestazioni Erogate nell’Area Dipendenze (DIPEAD) della ASST Santi Paolo e Carlo a Milano, non ha dubbi: serve lasciare perdere vecchi schemi e sistemi per rimettersi alla ricerca di nuovi paradigmi e modelli di analisi. Il rischio è quello di presentarsi come soccorritori volenterosi, ma con gli strumenti inadatti per curare questa nuova

 

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