Marco Crepaldi

Hikikomori Italia



La parola hikikomori significa “stare in disparte” ed è stata usata per la prima volta in Giappone dallo psicologo Tamaki Saito a metà degli anni ’80. Saito per primo si è accorto di un fenomeno sempre più diffuso all’interno di una società sviluppata e mediamente benestante come quella giapponese. Nonostante le condizioni di vita favorevoli, molte persone sceglievano volontariamente di tagliare qualunque contatto sociale con il mondo esterno per rinchiudersi all’interno delle loro abitazioni, in alcuni casi addirittura dentro le proprie camere. Una reclusione volontaria, estremizzata nelle sue forme da scelte radicali come quella di non mettere piede fuori da quei pochi metri quadrati anche per anni. Il fenomeno ha impiegato decenni per attirare l’attenzione del governo giapponese, ma nel 2010 è stato condotta un’indagine ufficiale per cercare di comprendere numeri e portata di questo fenomeno. Si sono contati più di 500mila casi ufficiali, ma le stime si sono spinte fino a 1 milione di hikikomori in Giappone. Un fenomeno quindi sottovalutato, ma non marginale. A essere colpiti soprattutto i maschi intorno ai 20-25 anni e alla base della loro decisione una sfiducia sempre più accentuata nei confronti di una società secondo loro non in grado di soddisfare aspettative ed esigenze. “Là fuori si sta male, qui dentro si sta bene, perché dovrei uscire?”, questo in estrema sintesi il pensiero che piano piano si insinua nella mente di un hikikomori.

La ricerca è stata ripetuta nel 2016 e le differenze rispetto al 2010 non sono mancate. Ufficialmente il numero complessivo è diminuito, ma è cambiata la rappresentazione per età dei ragazzi che diventano hikikomori. Questo spostamento si può spiegare in parte con l’aumento dell’età dei ragazzi che già nel 2010 erano hikikomori e che con la nuova rilevazione si sono spostati in un’altra fascia d’età tra quelle considerate; sarebbe però ingenuo pensare ad una tendenza diversa rispetto a quanto registrato appena sei anni prima.

Sfiducia in una società che vive di pressioni e aspettative elevate. Chi non è in grado di inserirsi in questa corsa è destinato inevitabilmente a rimanere tagliato fuori. Spinto sempre più ai margini da un sistema che non permette anomalie o differenze rispetto alle sue regole, dal punto di vista degli hikikomori. Nel corso degli anni gli hikikomori sono stati sovrapposti con patologie di tipo depressivo e con dipendenze come quella da internet e dalla rete. Se queste patologie possono accompagnare la scelta di autoescludersi non ne sono per forza la causa scatenante. O meglio, è vero che spesso gli hikikomori hanno come unico contatto esterno quello della rete e di internet, ma non è questo che li porta a sparire dal mondo esterno. Un passaggio difficile da comprendere anche per i genitori di questi ragazzi che vedono sempre più scivolare i loro figli verso una condizione a cui non si riesce a dare una spiegazione e che spesso porta madri e padri a cercare di recuperare questi giovani con comportamenti più dannosi che utili. Nessuna malafede, solo l’eccessiva voglia di rimettere a posto una situazione che all’improvviso si sente scivolare inesorabilmente tra le proprie mani.

Anche in Italia esistono ragazzi hikikomori. A differenza del Giappone non ci sono rapporti o cifre ufficiali, ma i numeri che vengono raccontati dalle associazioni che si occupano di questo fenomeno sono comunque importanti: si parla di 100mila ragazzi e ogni volta che ci si muove all’interno di ambienti giovani emergono nuovi casi e situazioni critiche. Nel nostro Paese, in particolare, è l’associazione Hikikomori Italia a interessarsi della situazione. Il suo fondatore, Marco Crepaldi, ha iniziato con una tesi di laurea, diventata un blog, prima di costituirsi in associazione dal 2013. Tutta colpa, si fa per dire, del numero di richieste di aiuto sempre più elevato che Marco si è trovato a gestire dall’inizio della sua attività. Hikikomori Italia lavora soprattutto con i genitori dei ragazzi, per cercare di costruire insieme un percorso condiviso che vada alla ricerca del recupero degli hikikomori. Molti adulti pensano basti uno psicologo per risolvere il problema, ma quando il disagio sociale raggiunge punti estremi serve una strategia a medio-lungo termine, la falsa speranza di una terapia d’urto che risolva in poco tempo tutti i problemi non deve far cadere in tentazione. È necessario condividere esperienze e difficoltà, per sentirsi meno soli e imparare dalle esperienze degli altri che cosa si può fare per cercare di riportare un giovane dentro a una società di cui ha deciso di non voler più fare parte per scelta volontaria.

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Riccardo Gatti

Sostanze stupefacenti


 


Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio europeo sulle droghe e le tossicodipendenze, l’Italia è terza in Europa per consumo di cannabis e quarta per l’uso di cocaina. Numeri e cifre che ancora una volta restituiscono il senso e la misura di un mercato, quello degli stupefacenti, che non conosce crisi e che anzi continua a svilupparsi senza sosta. Consumatori più o meno abituali che si inseriscono in ogni fascia d’età della popolazione, a testimonianza di una diffusione orizzontale di queste sostanze, pronte a intercettare qualunque tipo di cliente. Cannabis e cocaina sono le sostanze più ricercate e utilizzate dagli italiani, anche millennials, accompagnate da altri stupefacenti come eroina, lsd, ecstasy, metanfetamine e nuovi composti chimici, micidiali sintesi di sostanze con effetti ancora più potenti e pericolosi per chi ne diventa consumatore e dipendente.

Il trend italiano negli ultimi anni legato alla cocaina e alla cannabis mostra un mercato che non ha mai vissuto un reale momento di difficoltà. Ci sono stati periodi di leggera flessione, ma i numeri in generale sono sempre rimasti positivi, tendenti a una stabilizzazione o addirittura a una leggera crescita. Merito di un’improvvisa presa di coscienza da parte delle persone sui rischi che si corrono ad assumere certe sostanze? Non proprio. Perché se è vero che il rapporto dell’Osservatorio europeo restituisce un quadro abbastanza delineato e definito è altrettanto vero che i dati prendono in considerazione solo quelle sostanze riconosciute come stupefacenti o che comunque sono state registrare come illegali. Il mercato, però, è anche fatto di canali sotterranei e sostanze ancora sconosciute agli organi di registrazione ufficiali che prosperano nell’ombra intercettando una clientela sempre più assuefatta all’ossessiva ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso. La dipendenza dalla novità, più che da una precisa sostanza.

Un fenomeno questo probabilmente sottovalutato e che sembra più vicino a logiche di marketing che non a un mondo, quello degli stupefacenti, ormai stereotipato nella visione culturale media. Eppure, le tendenze che vengono osservate da centri e strutture che si occupano di riabilitazione di persone in difficoltà sembrano andare in questa direzione. Certo rimane uno zoccolo duro di soggetti che diventano dipendenti, dal punto di vista fisico o psicologico, di una sostanza e da quella non si staccano, andando con il tempo ad aumentare il dosaggio per ricevere gli stessi effetti delle prime esperienze. Intorno a loro, però, e alle loro spalle, piano piano si fa largo un altro tipo di consumatore. Meno fedele a un singolo prodotto e più attratto dall’idea che ci possa essere ogni giorno qualcosa di nuovo da provare, a prescindere dal nome o dagli effetti che questo possa provocare sul suo corpo o sulla sua mente

Una novità inedita per chi si occupa di queste tematiche sia in campo di prevenzione sia di riabilitazione e recupero. E come tutte le novità che sconvolgono un sistema che sembra essere granitico e intoccabile nella sua composizione, risulta difficile da accettare e da incanalare all’interno del proprio modo di analizzare e agire. La necessità, però, sembra essere quella di dover prendere coscienza di questo cambiamento il prima possibile, per evitare di rimanere indietro, in una folle rincorsa dietro a un fenomeno che si è scelto di ignorare quando ancora si aveva la possibilità di provare a capirlo all’interno di una cerchia non troppo estesa di soggetti. Da questo punto di vista Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento Interaziendale Prestazioni Erogate nell’Area Dipendenze (DIPEAD) della ASST Santi Paolo e Carlo a Milano, non ha dubbi: serve lasciare perdere vecchi schemi e sistemi per rimettersi alla ricerca di nuovi paradigmi e modelli di analisi. Il rischio è quello di presentarsi come soccorritori volenterosi, ma con gli strumenti inadatti per curare questa nuova

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